Il musicale è politico / Pinguleaks 08
Il mimetismo non ci salverà da Giorgia Meloni, né da chiunque potrebbe venire dopo di lei. Quando inizieremo a supportare la musica queer?
Per chi se lo fosse perso, in breve: Il 17 dicembre, al concerto natalizio organizzato a Milano da Orgoglio Porta Venezia, si sarebbe dovuta esibire Arisa come “ospite speciale”; la sua esibizione, alla fine, non c’è stata. Pochi giorni prima del concerto, infatti, Arisa ha condiviso nelle sue stories un repost del discorso già famigerato e apertamente transfobico e TERF di Roccella ad Atreju, con tanto di emoji di applausi. Parte della comunità queer italiana e Checcoro, il coro LGBT partecipante anch’esso all’evento, a quel punto si sono schierati contro la sua presenza; e dopo qualche tentennamento Orgoglio Porta Venezia ha finalmente annullato l’invito.
In un post di ACET uscito nei giorni della protesta si legge una verità che oltre che sui social andrebbe ripetuta anche altrove: “non è accettabile fare un evento Rainbow nel quale ci si rende partecipi della svalutazione stessa delle identità trans”.
Tutto è bene quel che finisce bene, non fosse che le posizioni di Arisa nei confronti del governo non sono mai state un segreto: già a maggio in una trasmissione tv Arisa aveva detto: “Meloni mi piace e ha la cazzimma, ... sui diritti LGBTQ+ si comporta da mamma spaventata”, oltre ad essersi riferita più volte alla comunità con non poche imprecisioni. Le polemiche suscitate dalla sua dichiarazione avevano portato già il Pride di Milano ad allontanarla, dopo anni in cui Arisa era stata considerata un’alleata importante e pressoché indiscussa della causa queer italiana e dei Pride, classica “madrina”.
Come sempre, nell’attivismo, la chiave di interpretazione deve partire dall’intersezione che ha scatenato il trigger e fare zoom out. Per prestarla alla tesi di questo articolo potremmo provare a rielaborare la dichiarazione di ACET così: “non è accettabile fare un evento Rainbow nel quale ci si rende partecipi della svalutazione stessa della nostra identità queer”.
Iniziamo proprio dai Pride. Una delle motivazioni principali per cui vanno di moda madrine etero e cis come Arisa è quella che fa da sottotesto alla partecipazione delle persone etero e cis nell’attivismo queer in generale: la loro presenza e il loro endorsement donano visibilità e un’aura di rispettabilità che altrimenti noi persone queer faremmo fatica a suscitare nelle zone grigie di popolazione italiana poco interessata ai nostri diritti e ancora diffidente nei nostri confronti. Ha anche il pregio di contrapporre a villain come Meloni e Salvini e ai loro entourage dei nemici con pari potere... O almeno, questo è quel che solitamente si dice per giustificare queste scelte. Ma è davvero così? Siamo sicur3 che questa strategia non finisca per fare il giro e renderci più eteronormativ3 dello status quo che vorremmo cambiare?
L’intersezionalità dovrebbe insegnarci che ogni diversità merita il suo spazio, che non c’è un solo modo di essere individuo o comunità non privilegiati; non un unico modo di essere donna, o queer, o razzializzatə, o poverə, o disabile... dunque non basta essere una donna per poter rappresentare il femminismo, tantomeno il transfemminismo: questo vale per Meloni e anche per Arisa, che peraltro è bianca, ricca, abile, dal corpo conforme. Se dalla parte di Meloni, però, nella comunità queer c’è solo Arcilesbica, non si contano le associazioni queer e le organizzazioni dei Pride che di volta in volta invitano a esibirsi proprio Arisa, o Paola e Chiara, o Anna Tatangelo, come se passando alla musica la politica non contasse più nulla. Oggi voglio proprio osare, e vi parlo anche di quello che spesso succede all’intera colonna sonora dei Pride: la musica scelta e passata durante i cortei è spesso la stessa che passa nelle radio generaliste, e quindi il pezzo di artisti apertamente misogini o omofobi è sempre in agguato. Nel migliore dei casi, la selezione mainstream più attenta non presenta comunque alcun pezzo di artist3 queer, e come inni di raccordo tra una tappa e un’altra delle marce sono scelte tracce che non hanno, di fatto, alcun riferimento al mondo LGBTQIA+ e ai nostri diritti e che neppure provengono da artist3 apertamente alleat3.
Purtroppo, il commento che ricevo in risposta a queste considerazioni è sempre lo stesso: la musica queer è meno famosa, e ai Pride bisogna cantare tutt3 insieme; ci sono dieci, venti, cinquantamila persone; bisogna mettere qualcosa che piaccia a tutt3. A volte, addirittura, la motivazione per non passare unə artista emergente e queer di cui di certo la gen Z canterebbe a squarciagola le canzoni è semplicemente che “non ci piace”: la risposta un po’ mi ricorda di quando Renga disse che ci sono meno donne a Sanremo perché non sono brave quanto gli uomini. Si arrivano così a negare i bias inconsci che tutt3 - TUTT3! - ancora abbiamo; ci permettiamo senza pensarci due volte di considerare i nostri gusti indipendenti dai condizionamenti culturali eteronormativi e misogini che ancora ci circondano e da quelli economici delle grandi piattaforme, che promuovono soltanto contenuti standard immediatamente monetizzabili e di certo non vogliono rischiare i loro guadagni per farci scoprire e familiarizzare con qualcosa di nuovo.
Sempre con l’esercizio dell’intersezionalità, diventa facile capire perché non ci siano mai stati così tanti controPride in Italia come quest’estate: e io non riesco a vedere lontana l’indignazione per la presenza del carro della Coca-Cola o per un percorso non accessibile alle persone disabili da quella che mi suscita un Pride passato ad ascoltare solo la quota maschilista del reggaeton (per escludere dalla selezione tutte le artiste femministe e queer che lo fanno, tra l’altro, ormai bisogna fare un lavoro certosino).
La destra italiana pervade capillarmente ogni settore culturale, elimina i fondi a essi dedicati con la sega elettrica, massacra la Rai, querela i giornalisti che fanno opposizione, cerca di mettere le mani su Sanremo e fa identificare dalla Digos chi si proclama antifascista alla Scala - non è un caso che una cosa simile sia successa proprio durante un’occasione musicale; mentre artisti etero e cis con un background di dichiarazioni e atteggiamenti discriminatori e tossici ora cercano la feat. proprio con i gruppi queer che noi ancora disdegniamo ai Pride. Chi cerca profitto e assoluzione con queste collaborazioni al limite dello sfruttamento riesce comunque a intercettare la crescente importanza della musica femminista e queer prima di noi che dovremmo volerla promuovere e ascoltare per orgoglio, senso di comunità e supporto autentici e invece al prossimo Pride faremo partire dalle casse qualcos’altro, ancora.
Una gran parte della comunità queer sembra non avere ancora consapevolezza che la nostra lotta passa anche dalla rivendicazione della nostra cultura, ma noi non siamo arrivat3 fino a oggi solo a suon - letteralmente - di concessioni e camuffamenti.
Il mimetismo non ci salverà da Giorgia Meloni, né da chiunque potrebbe venire dopo di lei. Lo zoccolo duro dell’omolesbobitransfobia e misoginia di questo Paese non cambierà idea perché al nostro concerto canta anche Arisa e al nostro Pride passiamo la hit romantica più eteronormata dell’estate. Anzi, potrebbe arrivare a frammentare la comunità stessa - e forse questo sta già succedendo. Utilizzare il Pride per promuovere eventi musicali intersezionali a 360 gradi fatti da e per persone transfemministe, anticolonialiste, anticapitaliste e queer, invece, significherebbe cogliere l’opportunità di non presentarci più soltanto in 2D. Il transfemminismo e la queerness hanno dettato molte delle principali innovazioni filosofiche e artistiche dell’età moderna e contemporanea. Perché proprio noi, persone queer, ancora non riusciamo a riconoscere il nostro inestimabile valore?
P.S. Sono diventate piccoli sketch da raccontare a amic3 tutte le volte in cui mi si è avvicinato un maschio basic a guardarmi incredulo perché stavo smanettando su Ableton, come pure il collega dj per una serata da dividersi in turni che mi diceva “tranquilla, tu devi portare solo una chiavetta: al resto ci penso io”. Vari fonici e musicisti, vedendomi aggirarmi anno dopo anno ai festival con il pass dello staff mi chiedono, sempre e comunque: “e tu cosa ci fai qui?”; non lo fanno certo col sorriso, o perché non si ricordano chi sono e che faccio esattamente il loro stesso lavoro. Per ottenere la chance di fare un djset, produrre un podcast, o anche solo di parlare di musica, persino di scrivere una recensione di 3 righe su un magazine, da sempre devo sgomitare nell’ambiente come i gabber.
Sono diventatə una di quelle persone che incontri sempre ai concerti, ma che non si pronunciano mai. Faccio sempre il mio post degli album di fine anno, ma senza fare più parte di nessun collettivo musicale ufficiale. Eppure me la canto e me la suono da così tanto tempo, ma alla fase del curriculum spesso non ci si arriva nemmeno. Tanto, in quest’ambito, il fatto che tu valga qualcosa è secondario se non sei un maschio basic, etero e cis professionista di soundsplaining. Il microfono, quelli come lui, non ce lo daranno mai. Dobbiamo capire come fare a riprendercelo.




